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    Il Tempo

    Il Tempo? … Non esiste! …I grandi temi esistenziali, l’evoluzione interiore, l’anelito ad una percezione su orizzonti più vasti, hanno plasmato da sempre la mia ricerca. Ogni tassello che sono riuscito ad incastrare nel quadro d’insieme, avviato a comporre già nella prima gioventù, era sempre intrecciato inevitabilmente con il “tempo”. In un modo o nell’altro, risultava indispensabile, sia per imbastire una spiegazione logica, sia un’intuizione che avesse coerenza, e riuscisse a mitigare dubbie e interrogativi, implicati in ogni singola tematica ….il “tempo”, che stabiliva l’inizio di ogni cosa e ne segnava la fine , talvolta in modalità occulta e poco lampante, in modi e forme non sempre individuabili, ma c’era… onnipresente e fastidiosamente inevitabile, come il termine di una formula matematica che senza, non avrebbe mai funzionato…Gli insegnamenti esoterici, le tradizioni religiose, hanno de sempre relegato il tempo, ad una funzione di supporto. Nelle mie ricerche, il concetto di “eterno presente”, espresso nelle più diversificate versioni, mi aveva permesso di superato l’impasse di far conciliare l’anelito al perdurare illimitato della coscienza, con le transitorie leggi della caducità. Un vasto repertorio di studi tesi a liberare l’uomo da timori ancestrali, dalla tirannia del tempo; in ultima analisi, dallo spettro della morte, come cessazione definitiva … Eppure, una parte di me era ostinatamente tirata a freno dalla logica analitica, dal ragionamento razionale, che non si conciliava in perfetta sinergia, con la conoscenza intuitiva… ogni speculazione al riguardo, nel tentativo di amalgamare logica e percezione, finiva per dare vita ad una precaria teoria ambiziosamente omnicomprensiva, partorita con estenuanti compromessi, se non palesi forzature…Poi le cose cambiano… arriva la fisica quantistica che rivoluziona, riscrive e demolisce, le roccaforti del pensiero logico, edificate massicciamente nel XVIII secolo, nell’epoca dei “lumi”. Un progresso rivoluzionario che fa somigliare questa fisica d’avanguardia, proprio alla stregoneria. Oggi una conferenza di Michio Kaku, potrebbe essere tenuta in una lamaseria e nessuno avrebbe da ridire, allo stessa stregua dell’illuminata esposizione del Bardo Thodol, da parte del Dalai Lama, nell’aula magna dell’Harvard University… “Il tempo rappresenta l’espediente per descrivere un fenomeno sussistente in una realtà con un certo numero di dimensioni, in una realtà contigua, con una dimensione in meno” … E siamo d’accordo; detto così, non si capisce e non chiarisce nulla! La nostra vita può essere paragonata ad una bobina cinematografica; il film è tutto li. Quando usufruiamo di un filmato, siamo costretti, a scandagliare fotogramma per fotogramma “nel tempo”, ma in realtà nessuno ci vieterebbe di srotolare tutta la pellicola ed osservarla nella sua totalità, oppure di far avanzare la bobina al contrario. In tre dimensioni, nella realtà in cui interagiamo, questa modalità percettiva, perderebbe di significato, allora la processiamo ad un pezzo alla volta, “a fette”, spezzettata nel tempo… Adesso mi viene anche in mente, la costruzione tridimensionale che si fa del corpo umano, partendo da una sequenza d’ immagini bidimensionali, come succede con una comunissima TAC… Ora per cercare di esprimere questo concetto, devo fare un esempio, scalando di una dimensione. Immaginiamo un mondo coerente e funzionale, in cui i suoi abitanti, senzienti come noi, vivano ed operino in un universo con sole due dimensioni; un immenso piano, in cui la profondità e l’altezza non sono conosciute. Tutto l’ordine sociale, la storia, la filosofia, il tessuto sociale, ecc., ecc., sarà stato plasmato con questi specifici parametri dimensionali. Per esempio la gerarchia, l’importanza sociale, sarà determinata da chi passa per primo quando ci s’incontra, o quale lato, (destro o sinistro), sia stato designato come prioritario. (Giusto per sottolineare che le dimensioni, al pari di altri fattori, costituiscono fondamento per definire il tipo di civiltà, ed i criteri con cui esiste ed evolve). Tale universo, talvolta, per motivi sconosciuti, s’imbatte in oggetti tridimensionali, ovvero entità che travalicano la comprensione possibile… Supponiamo che io stia osservando dall’alto, (quindi assolutamente invisibile e percepibile, dagli abitanti del suddetto universo), questo immenso “piano bidimensionale”. Per me sarà strano ed inconcepibile, constatare come certe manifestazioni ovvie per me, saranno percepite da loro, in un modo estremamente divergente…Ecco un esempio: prendiamo una comune penna; per me è un’entità percepita come “oggetto”, in maniera immediata e simultanea. Come posso farla percepire agli abitanti del mondo sul piano? Certamente non la vedranno mai e poi mai, mentre l’avvicino al foglio in cui esistono. La sola cosa che posso fare, e trovare un modo per farli interagire con tale oggetto, in una forma compatibile con le loro possibilità dimensionali… come? Facendo passare la penna, attraverso il loro “universo-foglio”. Ora proviamo ad immedesimarci nella prospettiva di osservazione dell’essere bidimensionale che tranquillamente a passeggio sulla sua strada, assiste all’evento “penna” … Che cosa percepirà? … All’improvviso, dal nulla sul suo orizzonte, comparirà un puntino, (ho poggiato la penna sul foglio). Dopo poco, questo puntino si trasformerà inspiegabilmente, in un segmento che aumenterà di larghezza, fino a stabilizzarsi in una determinata misura, (sto facendo fatto passare la penna attraverso il foglio). Dopo un certo tempo, il segmento sparirà dall’orizzonte, e non si comprenderà da dove e venuto e dove è andato, (è passata tutta la penna dall’altro lato). Dunque, per l’essere bidimensionale l’evento “penna”, sarà stato quel fenomeno il quale si manifesta con l’improvvisa comparsa di un punto, che evolve come segmento in espansione e fino ad una certa misura, dura un certo tempo, e poi sparisce…ed io dall’alto, dovrò rendermi conto che il mio oggetto tridimensionale, la mia comunissima penna, non potrà in nessun modo essere percepita nella sua totalità ( nel loro “qui ed ora”), come lo faccio io, ma come un evento che si manifesta gradatamente nel tempo… Ora con lo stesso tipo di esempio, cercherò di esporre la correlazione del tutti in “Tutto”, come spiega l’Entanglement quantistico…. Tale esempio, riadattato nella nostra realtà tridimensionale, come paragone ad illustrare le singole vite interconnesse al di là del tempo. Fotogrammi facenti parte di un continuum non comprensibile, similmente alla penna per gli “amici bidimensionali” … sì… mi sto riferendo all’archetipo della reincarnazione… Ritorniamo al mondo bidimensionale: supponiamo che adesso l’oggetto che voglio far percepire ai suoi abitanti, sia una forchetta.Con la stessa modalità impiegata per la penna, faccio passare la forchetta, a cominciare dal manico, attraverso il foglio. Immedesimiamoci ancora una volta nella loro percezione, e descriviamo il fenomeno “forchetta”. Sul loro orizzonte comparirà all’improvviso dal nulla, un segmento, che si protrarrà fino ad un certo tempo, (ho fatto toccare il manico della forchetta sul foglio, ed ho cominciato a farla passare attraverso l’universo-foglio). Dopo un certo tempo il segmento si allargherà, poi scomparirà, è nel contempo, compariranno quattro piccoli segmenti, equidistanti, uguali e separati, che persisteranno all’orizzonte, anch’essi per un certo tempo, per poi scomparire nel nulla, (sono passati anche i rébbi della forchetta), senza una sequenza logica e con sconcerto da parte degli abitanti, che hanno assistito ad un evento ancora più incomprensibile del fenomeno “penna” …Provate ad immaginare come sia inconcepibile per gli abitanti bidimensionali, comprendere che l’evento “forchetta”, che si è manifestato nel tempo, e perdi più, anche con quattro manifestazioni separate e indipendenti tra loro, si possa ricondurre, come la penna, ad un unico oggetto di immediata percezione (così com’ è scontato e naturale, in tre dimensioni). …I rébbi separati della forchetta, nel mondo bidimensionale, comportanno la stessa inconcepibilità come unico elemento, al pari delle singole vite della nostra realtà tridimensionale, che risultano interconnesse in realtà a dimensioni superiori… L’evento “forchetta” per loro, come l’” eterno ritorno”, per noi…

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    La barca

    Le ultime scoperte della fisica quantistica hanno finalmente permesso di verificare con rigore scientifico, come l’effetto dell’entanglement, correli tutto con il “Tutto”. Ciò che è stato da sempre patrimonio della conoscenza di perdute civiltà antidiluviane, trova insperata conferma nell’esercizio dal pensiero logico. Dunque l’evoluzione coscienziale comincia a far comprendere anche all’uomo moderno, che un armonico sviluppo della conoscenza, può essere acquisito solo con la totalità degli strumenti percettivi: pensiero logico e percezione intuitiva, lato destro e sinistro del cervello, finalmente adoperati in sinergia… tutti sperimentiamo talvolta momenti di percezione totalizzante, in cui il confine tra se stessi e il mondo circostante, diventa labile ed indefinito; una prodigiosa estensione di se stessi, o se si preferisce, l’essere assorbiti da ciò che ci circonda, come pezzi di un medesimo puzzle che si ricompongono in un armonico e sconosciuto disegno… sprazzi di illuminazione, coscienza cosmica, visione oggettiva o anche Samādhi, un nome diverso attribuito da svariate cultura del mondo, per definire la stessa prodigiosa espansione … Ciò che da adulto mi pare anche difficile concepire come possibile, da bambino mi ha lambito anche se in fugaci e rari istanti… né lascio testimonianza in un estratto dal mio primo romanzo, “Lo straniero”…

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    Lettura XXXI – La barca

    Era un caldo ed assolato pomeriggio di mezza estate del 1975, o forse 76, ed ero in vacanza sul litorale Domitio. L’aria non era afosa ed opprimente come durante le estati malate che ci ritroviamo a vivere adesso. L’anticiclone Africano che a causa dei ben noti cambiamenti climatici, ha soppiantato il suo più benevolo consanguineo delle Azzorre sulle nostre coste, in quegli anni era pressoché sconosciuto. Relegato tutt’al più al contesto narrativo che si poteva ascoltare durante la messa in onda dei più svariati documentari sull’Africa continentale; mi sovviene alla memoria eidetica, un gruppo trafelato di guerrieri Masai durante una cerimonia peculiare. Madidi di sudore, spossati sotto uno spietato cielo rovente, a saltare imperterriti sul terreno ocra e polveroso, per ore ed ore, allo scopo di mostrare alle donne del villaggio il loro virile portamento… Fortunatamente, non era quello il contesto e l’atmosfera che mi ritornano in mente… Era invece il vento di Ponente a carezzare, piacevolmente ad ondate, il mio giovane corpo. Quella piacevole sensazione di libertà e spensieratezza, traeva vigore da quella salubre brezza ristoratrice. Dopo il pranzo consumato nel bungalow che affittavamo quasi tutti gli anni, sotto il sole cocente del primo pomeriggio e senza protezione alcuna dai raggi solari, cavalcai entusiasta con i miei forse 10 anni, la scalcagnata bicicletta “Graziella” compagna fedele di tante avventure. Il vento piacevole, accidenti a lui… congiuntamente all’incoscienza e alla trasbordante energia vitale di un ragazzino, inevitabilmente ogni anno mi lasciavano dolorosi eritemi solari, per i primi sei, sette giorni. Ancora oggi rabbrividisco al ricordo fisico dell’estensione e della dolorosa pericolosità di quelle vere e proprie ustioni di secondo, terzo grado…La sera, sofferente e tardamente unto, a rigirarmi insonne sulle lenzuola aderenti alla mia pelle ardente come un sudario, ripensavo incapace di farmene una ragione: eppure il vento era fresco, ed il sole non era poi così insopportabile…Naturalmente, allora, non mi veniva di aggiungere: dopo essere stato sotto il sole dalle due del pomeriggio alle otto di sera… Comunque in sella alla mia fantastica bici, pedalavo energico, accompagnato dall’armonico frastuono delle onde che in lontananza si sentivano infrangere sulla battigia, il sibilo del vento, che io rendevo ancora più impetuoso, accelerando forsennatamente la mia pedalata e il lamentoso cigolio di catene e pedali, gracchianti per l’attrito che la sabbia produceva nell’ insinuarsi in tutti gli ingranaggi. Quella giornata, come tante altre, imboccai il vialetto che conduceva dal piazzale dei bungalow al mare. Posso ancora assaporare la pienezza e l’armonia di quel mio essere lì, a percepire gioioso, l’essenza delle cose nella loro semplicità…Non vi erano domande, né dubbi, la presenza in sé stessi, che ora posso solo ricordare, era allora uno stato perfettamente naturale. Negli anni, il desiderio di una perduta percezione così intensa, è stato un altro dei fattori che hanno orientato la mia ricerca…. Ciò che allora era così naturale e gratuito, oggi, incapace di replicare, so essere, dopo anni di studi e ricerche, il risultato di un lavoro su se stessi lungo, difficile ed energeticamente impegnativo e costoso…Quella persona era un essere completo, in seguito, con la presunzione di crescere ed imparare, per diventare… appunto completo, si ritrova esausto e spento… un ombra, che sedotta dai piaceri e le possibilità di un adulto, ma che ha perso ciò che gli apparteneva per diritto di nascita…Il vialetto, lastricato di massi levigati, si esaurì rapidamente, divorato dalle mie pedalate forsennate. Al termine di questo, vi era una passerella posata sulla sabbia che arrivava quasi fino al mare. Un attimo di pausa al termine del vialetto, per pregustare la rocambolesca volata che avrei fatto sulle assi dissestate e vedere quanta strada sarei stato capace di percorrere sulla sabbia, grazie all’inerzia acquisita imprimendo, con i miei irrequieti muscoli, una poderosa accelerazione sulla passerella in discesa… Il mare all’orizzonte con il ritmato infrangersi delle onde, sembrava quasi volesse incitarmi alla sortita…E fu così… Mi lanciai per quei 100 metri a tutta velocità, il manubrio oscillava e vibrava energicamente, squilibrato dalle assi dissestate, e da buche nella passarella, in cui le ruote si sarebbero potute pericolosamente puntare e farmi cadere rovinosamente. Completamente ingovernabile, la bici si piantò quasi subito nella sabbia terminata la passerella, dopo una mezza capriola caddi di faccia. La sabbia era entrata nella bocca e nel naso, e se non fosse stato per la prodigiosa elasticità del mio giovane corpo, la caduta mi avrebbe sicuramente causato distorsioni se non vere e proprie lesioni, per il modo scomposto in cui caddi. Ricordo che appena a terra, il mio primo pensiero fu di girarmi verso la passerella e constatare con delusione, che la strada percorsa sulla sabbia era stata poca e che non avrei potuto inserirla nelle prodezze eroiche da raccontare ai mie compagni… Beh, comunque nessuno aveva assistito… e dato che le capacità per percorrere un bel tratto di strada sulla sabbia le avevo, e che la colpa era solo di quella maledetta passerella così sbrindellata… non era certo una bugia, raccontare ciò che appunto sarei stato sicuramente capace di fare… il tutto con il sottofondo della ruota posteriore che ancora girava cigolante ed eccentrica, e quella anteriore piantata a mo’ di palo nella sabbia… La mia mente si quietò quasi subito, i pensieri irritati circa la mancata prodezza, svanirono…sentivo il contatto della sabbia sul mio corpo, l’intenso odore di iodio, che il vento portava a zaffate… istintivamente affondai come fossero radici, le mie dita nella sabbia soffice, che in profondità era anche gradevolmente fresca… non vi era differenza fra me e la spiaggia… mi pareva quasi di sentire la carezza del mare lambire la mia riva che era lontana da me una decina di metri…l’acciottolio dei gusci di conchiglie e di detriti vari, parevano solleticarmi in qualche indefinibile punto di me…Mi misi seduto, vagamente cosciente di questa curiosa percezione, lentamente feci scorrere il mio sguardo.Di fronte il mare cantilenava con il suo sciabordio, il sole infiammava con i sui scintillii le acque in una striscia fluttuante che andava dall’orizzonte fino al bagnasciuga umido, il vento come un direttore d’orchestra dirigeva vele, bandiere, drappi, aquiloni e tutto quanto necessitasse del suo sostegno per manifestare movimento. La mia attenzione si soffermò su un vecchio gozzo tirato in secco e capovolto che si trovava alla destra della passerella. Di legno consunto e con colori che ora apparivano sbiaditi e tonalità pastello stava lì, incrostato di denti di cane, quei cirripedi calcarei che si formano a seguito di una lunga permanenza in acqua.Mi alzai, sputacchiai i residui di sabbia che fastidiosamente sentivo in bocca crocchiare quando digrignavo i denti e mi diressi verso di essa. Come fosse la cosa più naturale da farsi, scavai un incavo nella sabbia dove poggiava la fiancata della barca e mi infilai in quella volta di legno. Mi sdraiai supino e mi misi ad osservavo il mare da una fessura che si apriva tra il bordo anteriore della barca e la superfice sabbiosa. Quella fessura faceva incuneare il vento conferendogli un suono simile allo zufolare… pareva quasi che fossi all’interno di una caverna, di un anfratto roccioso sul mare…Sistemai comodamente il mio corpo e come una vedetta fissai la linea del tramonto che si scorgeva da quella fessura. Molto lontano all’orizzonte, sfumato dal sole riverberante sul mare, scorsi un natante a due vele gonfiate dal vento, che in mare aperto, doveva essere ben più impetuoso della brezza che percepivo sulla spiaggia. Ed ecco uno di quei prodigiosi momenti in cui la percezione perdeva il confine ordinario… sotto quella campana di legno, il mio mondo non era più li… non ero in un luogo ed in un tempo definito, ed anche io, non ero un ragazzino di un decennio, ero un osservatore che fluttuava in tempi e luoghi senza appartenere ad alcuno di essi. La barca in lontananza, dai contorni resi accesi ed irreali dal sole e dai bagliori, mi parve navigare più lentamente, come lo stesso flusso ondoso ed il volo dei gabbiani… tutto sembrava muoversi al rallentatore ed anche il vento, benché presente nella sua consueta azione di forza, lo faceva in un inusuale silenzio… No, non era una barca a vela, ma un maestoso veliero, un galeone e questo mare fattosi più cupo e vasto con masse d’acqua di un blu profondo che sballottavano furiose l’antico natante… era ora un oceano di un altro tempo, ed anche il veliero di colpo mi parve una naves ceterae…con cui antichi mercanti romani trasportavano le loro preziose merci provenienti da tutti gli avamposti dell’impero. Anche la volta ricurva del gozzo sopra di me, si fece più alta e profonda per divenire un lungo tunnel in cui io mi inoltravo sempre più in profondità. In uno stato quasi catatonico, un ragazzino stava sdraiato a faccia in giù immobile, nascosto sotto una barca… due mondi separati da un sottile fasciame… Cosa avrebbe mai pensato, il raggrinzito pescatore, proprietario di quella barca, se d’improvviso avesse deciso di capovolgerla, magari per una ordinaria manutenzione o per salpare nuovamente per una battuta di pesca…forse non mi avrebbe neanche trovato. Dal mio “sentire” io non ero più lì… a volte ero il mare, poi la spiaggia ma anche il cielo, il vento, gli uomini che avevano calcato questi posti in tempi remoti… Brani frammentati di voci, emozioni si palesavano per un istante alla mia mente per poi scomparire, scalzati da nuovi scenari e bizzarri panorami… la fantasia prodigiosa di un ragazzino… forse… ma la totalità, la vividezza la nostalgia e lo stupore di quelle visioni, erano sguardi fugaci su altre linee temporali, su realtà diverse… già, ho detto realtà… perché ne avevano tutte le caratteristiche, sensoriali ed emozionali…quella percezione di sospensione durò un bel po’… e se nel frattempo il mondo fosse scomparso a seguito di un cataclisma, non me ne sarei neanche accorto… Ad un tratto le grida e le voci di una comitiva di ragazzi ed il tonfo sordo di un pallone lanciato sulla fiancata della mia caverna, mi fecero sussultare. Il mio corpo riprese vita, anche se dolorante per il precedente capitombolo, si riattò. Strisciando dall’incavo che mi ero scavato, riguadagnai l’uscita… il sole accecante ferì per un istante i miei occhi che si erano assuefatti alla penombra, il vento scompigliò i miei capelli. Con la naturalezza priva di sovrastrutture relazionali, emersi sotto gli occhi neanche troppo stupiti dei miei coetanei e mi dichiarai disponibile a partecipare ad una bella partitella. Presi il mio posto da difensore-portiere, all’occorrenza attaccante. Non vi furono domande, né giudizi, c’era solo la spiaggia e la partita… Quanta fatica e nostalgia nel rievocare in futuro quelle prodigiose sensazioni e quanto lo spreco e lo sforzo per delegarle a fantasie infantili… Nel crescere, effettivamente qualcosa dentro di me mutò. Un altro curioso ricordo, sotto l’effervescente impulso offertomi dagli scritti, si proiettò alla mia mente. Inoltre mi appariva chiaro che fosse strettamente connesso al precedente episodio, ed ora comprendevo anche la genesi e la spiegazione di una serie di turbamenti che non riuscivo al tempo dei fatti, a catalogare e spiegare…

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    Come per il precedente estratto, per comprendere esattamente il contesto della mia esposizione, occorrerebbe aver letto l’intero romanzo, ma in questa sede mi sono prefisso di rappresentare un esempio di percezione “non ordinaria” e “correlata” con l’ambiente circostante… Anche in questo caso, sarei felice di ricevere commenti ed impressioni su tale genere di esperienze…

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    La gabbia del pensiero

    Ogni essere umano è una sonda percettiva immersa nella creazione. Le fasi più significative della sua vita sono segnate proprio da variazioni di tale prerogativa, e di conseguenza, del suo grado di consapevolezza… di seguito ho trascritto un brano estrapolato del mio primo romanzo “Lo Straniero” dove racconto una di queste fasi peculiari…

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    Lettura XXXII – La gabbia del pensiero

    Era da poco cominciato l’anno scolastico, credo fosse il tardo autunno e le giornate si facevano più corte. Svogliato e pensieroso stavo con il gomito poggiato sul libro aperto. Il vento di Ponente così dolce e rievocativo dei mesi estivi, era ora soppiantato dalla Tramontana, severa ma anche portatrice di suggestioni più intime. “La cavallina storna” al disotto del mio braccio cadente, reclamava la sua dignità letteraria… almeno avrei dovuto ripianare la piega della pagina del sussidiario, che con incuranza avevo spiegazzato con il mio goffo ed irrispettoso movimento. Non avevo voglia di studiare, la mia indolenza ed un torpore ideativo, mi fecero decidere d’impulso di scendere giù, ed unirmi allo schiamazzio dei miei instancabili compagni, che come il canto delle sirene, esercitavano un irresistibile richiamo ad unirmi a loro. Chiusi la porta con non troppa delicatezza, scesi le scale, o meglio saltai le scale, per ritrovarmi quasi immediatamente fuori il portone, al pari di un teletrasporto. Guardai i miei compagni, mi immersi nell’atmosfera d’insieme, ma per la prima volta non mi sentii parte del tutto…qualcosa dentro di me era distaccata ed incapace di percepire me stesso in armonia con l’ambiente circostante. Ebbi attimi di smarrimento, non riuscivo a tacitare i pensieri, che erano intrusivi e critici verso tutto ciò che arrivava ai miei sensi… Ebbi quasi paura, mi sembrava di guardare al mondo attraverso uno scafandro fatto di pensieri ostativi e giudizi critici. Valutazioni che non erano neanche mie, ma frutto di qualcosa che in futuro avrei definito morale e che, con così pregevole epiteto viene esplicitato come, buon senso. Non vibravo all’unisono con ciò in cui ero immerso, si era prepotentemente insidiata una regia critica, che doveva vagliare e catalogate tutto esasperatamente. Mi allontanai frastornato dai miei compagni, che ora mi apparivano estranei, quasi degli sconosciuti… era così lampante che non appartenevamo più allo stesso mondo… Una sensazione nuova cominciò a farsi strada nel mio animo. Al momento pensai che fosse la stanchezza, o forse l’indolenza, una irrequietezza passeggera, uno stato di malumore…ma era così nuova questa sensazione, che per molto molto tempo, non riuscii a comprendere. Mi riunii nuovamente ai miei chiassosi compagni, nel tentativo di fugare questa spiacevole sensazione di incompletezza, ma il “full immersion” con il mondo circostante non si ripresentò più, anzi da quel momento mi apparve come una cosa artefatta, addirittura impossibile a verificarsi e che forse in precedenti occasioni, avevo sognato… Adesso occorreva immergersi nel mondo reale e abbandonare le fantasie. In seguito, pensai anche di ritenermi savio e fortunato, in quanto critico consapevole di quelle bizzarre sensazioni. Appresi anche, nella mia ricerca di spiegazioni, nei libri elaborati da sapienti dotti, che ben discernono il sano dal patologico, che è tipico di patologie di chi non ha ben piantati i pedi per terra e si perde nell’irreale e nell’immaginario… Beh… tutto sommato dovevo ringraziare la mia buona sorte ed i saggi ammaestramenti degli insegnamenti morali. Tuttavia come ho detto, nel mio animo prese forma un sentimento indefinibile, una sensazione di incompletezza che negli anni avrebbe assunto i contorni di una nostalgia impossibile a spiegarsi. A nulla servirono i successivi e perduranti autoconvincimenti, che questa era la normalità del vivere e quelle le fantasie di un ragazzino. Un giorno, veramente smarrito e poco rassicurato dal fuoco di fila di spiegazioni e ragionamenti sulla correttezza del mio corrente stato percettivo, decisi di chiedere a mia madre. Eravamo a cena e come da ormai già molto tempo, la consuetudine e gli stimoli del vivere, erano mediati dalla critica della mente, che in ultima analisi mi dava sempre una sensazione di estraneità ed incapacità a cogliere gli aspetti più profondi e totalizzanti. Alla bene e meglio, spiegai a mia madre questa mia dissonanza percettiva, la mia frustrazione per non essere capace di definire chiaramente ciò che provavo… Già perché allora cercavo di tradurre in logica del pensiero qualcosa che non può essere definita con strumenti inadeguati…Mia madre, donna semplice e presa da molto più tempo di me dalle assordanti incombenze della quotidianità, forse completamente dimentica di sensazioni che a suo tempo avevano certamente segnato anche la sua dolorosa crescita, mi guardò sorridente. Come sa fare solo una madre, nel suo impeto rassicurante, mi disse con cadenza e tono che non ammettevano repliche: figlio mio è perché stai crescendo, diventi grande e responsabile e finalmente ragioni da adulto… La risposta, nonostante tutti i miei sforzi, non riuscii ad ingoiarla agevolmente, ma lo feci, d’altra parte lo aveva detto mia madre, adulta e matura… doveva essere così…! Fu il colpo di grazia. Sforzi ne feci da lì e in appresso, per allontanare dalla mia mente la sensazione insistente, che ci fosse qualcosa di sbagliato ed innaturale in questa percezione da adulto maturo… E così gli anni passarono, anch’ io fui fagocitato dal turbine del vivere e per riduttivo e povero che fosse, questo approccio alla conoscenza, finii per convincermene, anche se a tratti però, naufragavo nel mare della nostalgia senza nome… Gli scritti nelle mie mani soffiarono sotto le ceneri… sentivo gli occhi ardenti dello straniero trapassarmi di rimbalzo, mentre posavo gli occhi sulle sue lettere.

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    Naturalmente in questo estratto, alcuni riferimenti sono comprensibili solo avendo letto l’intero volume, ma ritengo che il mio intento di rappresentare una “variazione percettiva”, sia stata resa. Mi piacerebbe confrontarmi con i commenti, le impressioni ed eventuali esperienze simili, di chi avesse letto il su scritto stralcio…

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    “Il Viaggio” in Rai

    Gentili amici, dunque l’intervista andrà in onda oggi mercoledì 22 giugno alle 10.00, e in replica alle 17.00 su Radio Rai Live, “La piazza delle Sirene” la rubrica condotta dal Dott. Luigi Aveta…Di seguito trascrivo le mie considerazioni circa la suddetta intervista, già pubblicate in estratto, una decina di giorni fa… In una torrida giornata, mi ritrovo fuori i cancelli della RAI… è stato strano, mi sono visto nel riflesso del finestrino di una macchina parcheggiata proprio davanti l’ingresso…Un “tizio” sudato e con un manoscritto sotto braccio, lanciava occhiate furtive tutt’intorno, sembrava spaesato, come in cerca di un rapido adattamento, ad un’insolita circostanza. Salgo le scale e busso alla porta del Dott. Luigi Aveta, con cui avevo appuntamento. Naturalmente da scrittore visionario, con una galoppante immaginazione, cercavo di collimare la proiezione immaginifica che avevo creato di quel contesto, con quanto di reale si presentava momento per momento. “Gino”, che da subito si è mostrato cordiale e schivo alle formalità, mi ha invitato a raccontare del libro e della sua genesi. Dopo un mezz’oretta mi ha condotto in una sala di registrazione…e qui l’emozione mi ha sopraffatto… intendiamoci, nulla di eclatante che giustificasse quello stato emotivo, ma quando ho visto lo studio, le luci, i microfoni e tutto il resto, il processo immaginativo tenuto a freno fino ad allora, ha preso il sopravvento…ed ho rivisto il “tizio” riflesso nel vetro, mentre si chiedeva: ma che ci faccio qui? …Sono contento… perché proprio una situazione come quella, che non è parte di una consolidata routine, mi ha permesso di comprendere fino in fondo, quali sono realmente le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere… ai mie occhi era un po’ come se l’intervistatore nell’istante in cui mi ha porto il microfono, in quel “tempio delle opinioni”, mi avesse esortato con cordialità, ma in veste di ufficialità, a dare voce al mio intento… nel bene o nel male sono stato istintivo… ho pensato che come tutto il resto, era solo un gioco, ed io, l’ho giocato con leggerezza… Terminata l’intervista, mi sono congedato dal dott. Aveta e dal suo mondo, che per me, nonostante tutte le constatazioni, ha mantenuto un aurea d’impalpabile spettacolarità…l’uomo del finestrino ed io, usciti dal palazzo, abbiamo ripreso sotto un sole cocente, a condividere il vivere consueto… in macchina mi sono “risvegliato”: non mi è riuscito di ricordare una sola parola di ciò che avevo detto…dovrò aspettare di ascoltare l’intervista…

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    Fuori dai cancelli della RAI

    In una torrida giornata, mi ritrovo fuori dai cancelli della RAI… è stato strano, mi sono visto nel riflesso del finestrino di una macchina parcheggiata proprio davanti all’ingresso…Un “tizio” sudato e con un manoscritto sotto braccio, che lanciava occhiate furtive tutt’intorno e che sembrava spaesato, come in cerca di un rapido adattamento, ad un’insolita circostanza…Terminata l’intervista, mi sono congedato dal dott. Aveta e dal suo mondo, che per me, nonostante tutte le constatazioni, ha mantenuto un’aurea d’impalpabile spettacolarità… l’uomo del finestrino ed io, usciti dal palazzo, abbiamo ripreso sotto un sole cocente, a condividere il vivere consueto… in macchina mi sono “risvegliato”: non mi è riuscito di ricordare una sola parola di ciò che avevo detto… dovrò aspettare di ascoltare l’intervista…Colgo l’occasione di ringraziare il Dott. Luigi Aveta per la sua professionalità e per l’occasione inconsueta che mi ha offerto, nonché gli studi Rai che mi hanno accolto. Se anche voi siete curiosi di ascoltare la mia intervista… restate sintonizzati sul mio facebook: https://www.facebook.com/zennagiovanni1966

  • Pensieri&Parole

    Acutizzare il “fare”…

    Questo è quello che sono e che cerco io, non so tu cosa cerchi e quale sia la strada giusta per te.

    Non possiedo alcuna verità, e non sono sicuro di nulla. Le mie scelte, i miei orientamenti , mi hanno portato a maturare un certo tipo di visione d’insieme, e in queste immagini  puoi coglierne indizi.

    Non sono in grado di insegnarti nulla, perché il tutto si ridurrebbe, anche descrivendolo nel più accurato e fedele dei modi, al sapore di un’arancia a uno che non l’ha mai assaggiata…

    Se vuoi conoscerne il sapore, la devi assaggiare da te…

    Il mio libro “Il Viaggio. Lì dove i miei occhi impararono a vedere” descrive il mio concetto dell’arancia, puoi consultarlo se ti fa piacere, ma a me preme che in te si acutizzi  il “ fare”, ovvero  trovare il modo di

    assaggiare l’arancia…

    Il Viaggio di Giovanni Zenna
    Il Viaggio di Giovanni Zenna

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  • Pensieri&Parole

    Scalare la Montagna

    La divergenza di opinioni, ideologie e credo, sono da sempre alla base di dissensi, controversie, scismi e
    delle più cruente guerre. Eppure la medesima conoscenza, la percezione del senso delle cose, si persegue
    mediante innumerevoli “vie”.

    Non posso fare a meno di associare questo concetto, all’acquisizione delle verità interiori, che come hanno espresso in tutti i tempi e molti modi, uomini di grande levatura, è paragonabile all’ascendere una montagna conica, molto alta e larga:

    All’inizio dell’ascesa, le ubicazioni degli scalatori potranno essere anche diametralmente opposte, ma inevitabilmente, man mano che si procederà verso l’alto, le posizioni dei singoli individui tenderanno a convergere.

    Arrivati in cima, prima o poi tutti
    confluiranno in un unico punto e osservando da una panoramica finalmente così ampia, sorrideranno degli opposti e lontani punto di approccio, da cui ognuno di loro ha dato inizio alla propria arrampicata, alla propria ricerca ideologica…

    da ovunque saranno giunti, tutti insieme constateranno che nessun percorso era sbagliato, ma per saperlo, occorre percorrere la strada scelta con inarrestabile determinazione, e ricordarsi che fino a quando non saranno arrivati in cima, non potranno essere in grado di avere la giusta visione d’insieme per comprenderlo…

  • Poesie

    Lo Straniero

    Ascolta AudioPoesia di “Lo Straniero”

    Chi è che suona di notte alla mia porta? E’ forse il mendico stanco per cercare riparo? È il viaggiatore che anela al viatico, che gli infonda nuove energie per il suo andare? O è forse il saggio, che mi pare di scorgere talvolta alla finestra, incedere nella selva oscura, tra le nodose querce e le sue fronde stormire cantilenanti al vento? Che giunga per mitigare la mia sete? Implacabili sono le ore prime, quando lo specchio appare ai miei occhi e non c’è riparo su cui distogliere lo sguardo… fingi ti prego! sussurrami delle mentite spoglie che mi lusingano, e a tratti quietano il tumulto per ciò che cerco da lungo tempo e che conosco da sempre. Sabbia come rivoli tra le mie dita, scivola e si perde, castelli e ponti ch’eressi come l’infante al mare, sgretolano e scolorano. Com’è flebile il fiero frastuono del mondo, all’orecchio stanco del canuto vegliardo, e tu straniero alla mia porta, che ti nutri e respiri di ciò ch’è m’appartiene, mi appari sconosciuto… Scruti severo con occhi miei, ma non li riconosco. Il tuo vedere, non è il mio guardare…  Che n’è stato del soffio dell’amore, che ha sospinto il mio sentire animale a veleggiare ostinato ed infantile, sulle rovine del sapere? I mille volti di Eva, l’alito tumido e sensuale prima, la prole con il suo trasporto sacro ed il dolore, dopo… Alla mia porta, sull’uscio aperto sotto un cielo stellato, come su un inviolabile confine, soccombo all’abisso espandersi nel luccichio terribile dei tuoi occhi predatori… Colui che sosta alla mia porta senza proferire parola, ritorna da dove giunge…forse, busserà ancora… lo aspetterò come fosse la prima volta…

  • Poesie

    Sotto cieli stellati

    Ascolta AudioPoesia di “Sotto cieli stellati”

    Flusso incessante d’estasiata meraviglia sotto cieli stellati…

    Occhi in contemplazione ancor prima d’ogni remota memoria, notte dopo notte…

    Tra dune sabbiose, in riva a mari sconosciuti, su pendici innevate, tra le fronde intricate d’antiche foreste…

    Canti tribali e voci lontani, pare d’udire come echi lontani…

    Anche il mio sguardo, come voce del coro, canta anelante…

    Notte stellata, corpo di sogno, brama incessante d’antichi amanti e giovani cercatori…

    Astri pulsanti, come vergini vestali nella volta infinita, depongono sull’altare del dio inconoscibile senza sosta, il flusso impetuoso dell’umana coscienza…